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I ragazzi di Nisida 30/04/10

 

Il quindicinale



Eboli, il mare fuori
Viaggio nel ghetto marocchino di San Nicola Varco

«Chi entra è morto, chi esce è appena nato». Scritta in arabo diventa poesia visiva, sopra un muro, in uno dei luoghi più tristi del sud d’Italia. Per chi lo abita è pur sempre Nord, oltre il mare che hanno visto dentro, di notte, nei sogni di una vita migliore, di giorno fissando l’orizzonte, sperando. Quel mare li ha visti partire, alcuni affogare altri approdare: Africa-Sicilia-Campania. Ad Eboli non si sono fermati, solo poco più in là, lungo la statale 18, hanno preso il bivio per San Nicola Varco. Sulle rovine di un mercato ortofrutticolo, costruito dalla Regione con i miliardi dello stato a metà anni ’80, mai avviato, hanno costruito un piccolo paese, una noce rotta dentro un guscio intero. San Nicola Varco, il ghetto non voluto.

Dentro, in 700, quasi tutti marocchini, braccianti, clandestini, uomini, nessuno sa dire quando «la frase del muro» è stata scritta. Tutti sanno però cosa vuol dire, che si riferisce al contrario del mare e a chi ci entra. Al deserto.Nel deserto, solo per oggi, entriamo anche noi, ben vestiti, puliti, giornalisti, italiani, la maggior parte donne. Per gli occhi del mare, per chi vive nel ghetto e non è abituato a vedere indigeni, siamo una sorgente di novità, una specie di miraggio. Così, davanti all’acqua vera, l’unica fontana in 14 ettari di cemento e copertoni bruciati, il primo sguardo che incrociamo è diffidente. C’è silenzio.

san nicola varco d'orazioFino al terzo casermone, dove un vecchio “mangiacassette” si nutre di Khaled, il cantante algerino. Le note vengono su piano, come il brusio di un grammofono in un quartiere bombardato. Evanescenti, sembrano morire da un momento all’atro per la poca forza che le alimenta: una vecchia batteria per automobile. A San Nicola Varco non esiste elettricità, non c’è energia. La notte è davvero notte, un paesaggio lunare. Si cucina e ci si riscalda con la legna, fin dai primi insediamenti negli anni ’90. I più fortunati usano cucinotti alimentati da bombole a gas. In tre lustri le istituzioni non hanno fatto praticamente nulla, neanche per migliorare le condizioni sanitarie, vera emergenza del luogo: scheletri d’auto, quintali di spazzatura ammassati nei cortili, tra una catapecchia e l’altra, e plastica bruciata, colore nero, odore di diossina. Se al buio inciampi e cadi nella monnezza non ti puoi neanche lavare, almeno non subito.

A San Nicola le docce sono faidate, all’aria aperta, ricavate in microscopiche serre. Per toglierti il fango devi prima passare dall’unica sorgente di vita, prendere l’acqua, accedere un fuoco, riscaldare, versare insieme a un po’ di sapone. In 17 anni il comune ha speso 50 mila euro per costruire un solo bagno comune, con nove docce, che si è intasato dopo un mese. E un faro, che non è collegato alla rete elettrica.

Andrea D'Orazio«In estate l’emergenza diventa allarme» ci spiega Anselmo Botte, esponente della Cgil che ha preso a cuore la sorte dei 700. «Con il caldo aumenta la puzza dei rifiuti, aumentano le zanzare, il disagio è insopportabile. Sono anni che il sindacato chiede al comune di Eboli e alla Regione una politica di accoglienza reale per questi ragazzi, ma finora gli interventi sono stati disorganizzati e inefficaci». Ultima proposta, quella di creare una serie di ostelli per far vivere i braccianti in condizioni più umane. «Si parla di uno stanziamento di 1 milione e mezzo di euro, ma è ancora tutto in fase progettuale». Abbattere e ricostruire tutto, rompere il guscio. Ma rimarrebbe il deserto, l’isolamento, la clandestinità. Un concetto che ai marocchini di San Nicola si è attaccato sulla pelle. Lo si vede da come camminano. Sembrano fantasmi. «E in un certo senso lo sono – spiega Botte – almeno per i loro datori di lavoro. Sono degli schiavi invisibili, mano d’opera da sfruttare nei campi a 25 euro per dieci ore di lavoro, quando va bene, senza possibilità di reclamare, di impugnare una vertenza sindacale».

Il meccanismo è ormai rodato. In Marocco vengono avvicinati da un mediatore, a volte italiano, con la promessa di un viaggio nel bel Paese e un contratto di lavoro, dal 2002 condizione indispensabile per ottenere il permesso di soggiorno secondo quanto previsto dalla la Bossi-Fini. Come contropartita, almeno 7.000 euro. Prezzo standard per ottenere nell’ordine: nulla osta del Centro per l’impiego, visto di ingresso rilasciato dal consolato italiano. Arrivati nella penisola,comincia il balletto dei fantasmi. L’indirizzo dell’azienda agricola o del cantiere edile non risulta, il cellulare del presunto datore di lavoro squilla a vuoto. Il contrattato diventa aria, lo straniero, clandestino.

Puoi finire in una serra di pomodori a Ragusa, o in Puglia, oppure al bivio di san Nicola Varco, «la vita sarà sempre uguale, ogni giorno» A raccontarcela è Alim, una laurea in lingue, bracciante, stanco, stanchissimo, ma svelto di parola. «Ti alzi alle 4 del mattino, mangi la prima cosa che capita, prendi la bicicletta, la statale, fai 30 km, fino al primo “caporale”. È’ lui che ti prende, che ti fa lavorare in cambio di una percentuale».
I “caporali”, spesso marocchini, sono i boss del lavoro nero, signori dei nuovi servi della gleba e a loro volta vassalli di chi coltiva fragole e fiori, settore in crescita, ad Eboli. Sono i predoni del deserto dal quale Alim vuole scappare. Per lui, come per molti altri del ghetto, il sogno del mare si è capovolto: «in Marocco avevo un buon lavoro. Ho fatto male a partire». Il mare che avevano dentro si è riversato fuori, con le loro le speranze, naufraghe. In testa è rimasto un ritornello, «Deciderà il destino».

Andrea D'Orazio

Reportage fotografico
Speciale tv "Gli uomini ombra di San Nicola Varco"

28/02/2008

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