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Rientro in presenza, la Dirigente Cioffi: «Delocalizzare le decisioni è fondamentale»

Rientro in presenza, nella fotografia è presente la Dirigente Angela Cioffi

Tra ordinanze e chiarimenti il rientro presenza è un problema ricco di sfaccettature, che si complica se le decisioni sono prese tramite un unico ente centrale.
La situazione cambia da istituto a istituto. Mentre c’è un quadro per scuole elementari e medie, un altro è dedicato alle superiori. Un altro ancora per le università.

Ci siamo confrontati con l’Istituto d’Istruzione Superiore “Marco Pollione Vitruvio”, di Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli. La scuola riunisce una serie di indirizzi di natura tecnica e sotto il suo tetto accoglie 752 studenti. A parlare con noi è la Dirigente scolastica Angela Cioffi.

Preside, qual è la situazione nel suo istituto?

Per ordinanza sindacale non ho proceduto alla riapertura. A causa della situazione epidemiologica il sindaco Gaetano Cimmino ha prorogato la chiusura fino al 13 di febbraio. Questo lo abbiamo saputo il 29 gennaio, ed avevamo già predisposto il tutto per la riapertura.

Cosa avevate programmato?

Due turni di ingresso per evitare assembramenti: uno alle 8:30, l’altro alle 10:30, con mezz’ora di distanza in più rispetto a quanto previsto nell’ordinanza prefettizia.

Perché mezz’ora in più?

Perché nella strada dove c’è l’unico accesso al nostro istituto ne esistono altri quattro, con una densità media di popolazione di alunni di circa mille per ciascuno, quasi quattromila totali. Un dirigente scolastico deve tener conto anche di situazioni particolari della propria realtà scolastica e quella circostante.

Studenti in presenza e altri a distanza, come vi siete preparati?

Grazie ai fondi erogati nel periodo estivo, con scadenza di utilizzo settembre 2020, abbiamo acquistato un’implementazione della rete Wi-Fi, per consentire un prosieguo della didattica anche in casi di studenti in quarantena o con altre difficoltà. I docenti restano in classe con alunni al 50% o 75% a seconda delle ordinanze. Gli altri possono seguire da casa.

C’è chi continua a non avere una connessione a Internet stabile…

Ci sono casi di studenti che si collegano da località di montagna e altri che hanno problemi di natura diversa. Si tratta di una difficoltà dei gestori delle reti telefoniche. Parliamo di infrastrutture che vanno implementate e ciò parte da un livello comunale.

Qual è il rapporto con gli altri dirigenti?

Sono in contatto con i colleghi e abbiamo creato una rete dove comunichiamo su ingressi e le difficoltà varie. Questo restituisce un riscontro su quello che sta accadendo tra gli enti locali e gli istituti scolastici.

Un esempio?

Partiamo dal dato che gli studenti delle scuole superiori arrivano da località diverse e l’ente locale di riferimento è la Città metropolitana. Questa ci ha dato degli aiuti, però, dal punto di vista infrastrutturale, non abbiamo avuto quello che invece i comuni stanno dando alle scuole del primo ciclo.

La rete con i dirigenti è informale, solo comunicazioni?

Esisteva già, fa parte del progetto “Scuola viva in quartiere”, iniziato con la Regione Campania. La mia scuola è capofila di questa rete, grazie alla quale ci siamo trovati a poter fronteggiare in maniera unitaria l’organizzazione delle tempistiche e riunioni per garantire la continuità.

Sui trasporti?

Sempre nell’ambito della rete abbiamo avuto modo di comunicare con dirigenti dell’Eav, Sita, assessori del comune, dirigenti scolastici. Questo ci ha consentito di esprimere perplessità ma anche suggerimenti.

Ragazzi in tutta Italia si lamentano per la situazione trasporti e assembramenti, lei cosa ci racconta dal punto di vista dell’organizzazione didattica?

Con i trasporti siamo in un ambito diverso rispetto alla didattica. Le esigenze e le situazioni familiari al riguardo sono le più disparate. Per poter garantire la fruizione reale del diritto allo studio, sia oggi che domani quando Covid-19 sarà lontano, puntiamo anche sulla didattica a distanza, come integrazione di quella in presenza.

Il rientro a scuola è problema molto complesso e ricco di sfaccettature. Quale, secondo lei, la direzione giusta per affrontarlo?

La delocalizzazione a livello territoriale delle decisioni, che tenga conto del principio di prossimità. Sia per quanto concerne l’erogazione dei fondi che per l’ambito decisionale.
L’accentramento non riesce a tener conto delle necessità particolari dei singoli istituti. Una città metropolitana che deve preoccuparsi sia dei trasporti che delle strutture di tutta l’area è troppo lontana dalle problematiche delle singole realtà.

Un esempio per capire meglio?

Prendiamo la mia scuola. Ha un solo ingresso: pedonale, per le auto, per i mezzi di emergenza e quelli relativi agli interventi tecnici. Ho una realtà diversa rispetto agli istituti che hanno sei ingressi.
Ci sono i corsi di scuola serale, per cui non posso organizzare dei turni di pomeriggio perché le aule sono già occupate.
La delocalizzazione dei centri decisionali ed organizzativi è fondamentale alla risoluzione di un problema in maniera funzionale ai bisogni di quella realtà.

Com’è l’umore tra i suoi studenti?

Il livello di umore non si può misurare, perché non si tratta di un costrutto psicologico definito ed è molto soggettivo. Ci sono famiglie che hanno avuto problemi di lavoro e che abbiamo aiutato, con un certo garbo e riservatezza. Parliamo di problemi a portare il piatto a tavola. Ci sono altre famiglie in cui la Dad ha accorciato le distanze ed è stata vissuta come una opportunità da chi viene da lontano. Certo, quello che manca a tutti è il contatto umano.

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